WAAD 2024

Il giorno 2 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita dall’ONU, per una scuola sempre più inclusiva, per tutti e di tutti.
Le scuole sono invitate ad organizzare momenti di incontro e condivisione per promuovere una sempre maggiore consapevolezza e migliorare le opportunità di crescita e formazione di tutti gli alunni e gli studenti.
Il nostro Istituto parteciperà all’iniziativa nella settimana dal 3 aprile al 5 aprile, con la realizzazione, tramite diversi tipi di tecniche, di un’immagine che ritrae una mongolfiera sostenuta da farfalle diverse per colore, forma e dimensione.

In un momento di grandi conflitti e pesanti cambiamenti a livello globale, la nostra mongolfiera è un messaggio gioioso e libero di accoglienza per tutti, oltre che simbolo di un volo collettivo e leggero di condivisione e speranza.


Ci sono sempre più testimonianze di persone
#actuallyautistic che condividono la propria esperienza, ma spesso nella pratica ci si dimentica che quello che una persona neurotipica scopre in dieci minuti, per una persona autistica vale ogni giorno 24 ore su 24.
So quanto sia difficile mettere in discussione l’unicità della propria prospettiva sul mondo, soprattutto se statisticamente è più frequente incontrare persone che lo percepiscono allo stesso modo.
Ho passato vent’anni a studiare una prospettiva che non era la mia, passo letteralmente ogni istante a “venire incontro” a un modo di funzionare che non è il mio, senza che si veda. È una fatica continua che non dipende solo da me, ma anche dal comportamento altrui. Comunicare è difficile per chiunque, pure tra persone con alfabeti dello stesso tipo. In questo caso però si tratta di alfabeti diversi che provano a creare una lingua comune: non capirsi è una situazione molto più ricorrente e probabile.
Le persone sono per me delle pagine bianche, non c’è nulla di ovvio nel loro comportamento, nelle loro affermazioni, nelle loro espressioni, senza che questo sia indice di una mia disattenzione o mancanza di impegno. Ciò mi espone a continui rischi di fraintendimento, provocando una sorta di paura istintiva e ipersensibilità agli stimoli negativi come meccanismo di difesa.
Non ho espresso i miei bisogni per anni non perché fossi più brava ad adattarmi, ma perché ero troppo impegnata a far stare zitto il mondo (interno ed esterno) senza nemmeno rendermene conto. Mi sentivo distante da tutto e non riuscivo a comunicare quello che provavo in un modo comprensibile alle altre persone. Il fatto che io ora sia molto chiara quando mi esprimo non è qualcosa che va a negare questa fatica, ma il risultato di uno sforzo continuo, una risposta alla difficoltà di tradurre il pensiero a parole.
Oggi vorrei chiedere di non fermarsi all’articolo informativo, ma di provare a cambiare davvero il proprio approccio nei confronti delle persone autistiche.

Da I colori di Catan https://linktr.ee/icoloridicatan

Non puoi essere quello che non vedi 

Autrice: I colori di Catan

NON PUOI ESSERE QUELLO CHE NON VEDI

NON PUOI ESSERE QUELLO CHE NON VEDI (parte 1) 

I prodotti audiovisivi influenzano il modo in cui le persone vedono e comprendono se stesse e le altre. Hanno un grande potere, permettono di racimolare informazioni sul mondo: quello che vedi sullo schermo diventa parte della tua memoria e della tua esperienza di vita. E ti mostra qual è il tuo posto. L’impossibilità di riconoscersi in un film o in una serie tv ha effetti sull’autostima e sulla costruzione e percezione della propria identità. Il messaggio che verrà reiterato ogni volta sarà che non sei importante, che non hai un valore per la società in cui vivi. Allo stesso tempo la rappresentazione mediatica delle minoranze che è stata portata avanti per secoli ha contribuito a formare nella mente del pubblico l’idea che ci siano vite che contano di meno, non degne di attenzione e considerazione. Inoltre, le categorie sottorappresentate, quando sono rappresentate, lo sono quasi solo attraverso stereotipi, e questo può essere limitante, veicolando una visione monodimensionale della categoria. La rappresentazione avviene attraverso personaggi secondari, che non sono il centro della narrazione e che servono solo per lo sviluppo della trama legata ai personaggi principali, o per scatenare l’ilarità, portando una persona a chiedersi se sia solo questo che ci si aspetta da lei. Si finisce così per rinforzare stereotipi proprio sulla comunità che invece si vorrebbe mettere in luce. La mancanza di complessità nella scrittura di tali personaggi deriva dall’assenza di persone che esulino dalla norma stabilita a ricoprire posti di comando in qualsiasi ambiente. Ogni personaggio che non rientri nella definizione della normalità stabilita dalle persone che hanno il potere sarà perciò descritto attraverso uno sguardo esterno e parziale, che è stato reso l’unico possibile. Si scrive di ciò che si vede e di cui si fa esperienza. E quando tutto ciò che studiamo è narrato dalla prospettiva della norma stabilita, lo sarà anche ciò che scriveremo. 

NON PUOI ESSERE QUELLO CHE NON VEDI (PARTE 2)

Parliamo ora di rappresentazione mediatica dell’autismo. Sostanzialmente il personaggio autistico che vediamo sullo schermo è un giovane maschio caucasico che fa da espediente narrativo o comico, non ha un’evoluzione, usa le proprie abilità per aiutare altra gente e serve sostanzialmente per la crescita personale di un personaggio neurotipico, che ci fa compassione nel suo sforzo di adattamento.
Rain Man (1988) è uno dei primi film a raccontare di una persona autistica e ne è diventato il prototipo. Il protagonista è una persona con rare abilità, un autistico savant, utilizzato per mettere in luce il percorso del fratello.
La Sindrome del Savant è in realtà una condizione abbastanza rara, che tra l’altro non riguarda solo persone autistiche. Approssimativamente il 10% delle persone autistiche può avere abilità savant. Ma da Rain Man in poi nei film questo è diventato il modo più immediato per mostrare una persona autistica. Si è rafforzato così sempre di più lo stereotipo del (maschile voluto) genietto bizzarro, eccentrico, goffo, con scarse abilità sociali, anaffettivo, ingenuo e innocente, che si comporta in modo strano, a cui si può perdonare tutto perché in fondo è solo un po’ pazzerello e ci dovrebbe fare tenerezza (ciao Elon Musk continuo a detestarti).
Si vuole rendere appetibile il personaggio, farlo diventare fonte di ispirazione, modello cui aspirare, rappresentandolo come un genio intellettualmente stimolante, e spesso anche come eroe che aiuta la comunità.
Il problema non è Rain Man, ma il fatto che quel tipo di rappresentazione è l’unico che abbiamo da allora. E lo stereotipo ha attecchito: qualsiasi personaggio strano e geniale si veda sullo schermo sarà considerato dal pubblico “un po’ autistico”, anche senza diagnosi, anche senza evidenze.
Tutto questo ha effetti sulla percezione dell’autismo nella vita fuori dallo schermo; contribuisce agli ostacoli che la società mette di fronte alle persone autistiche. Il risultato è che le persone non sapranno convivere non solo con le differenze dalla norma, ma anche con la differenza dallo stereotipo con cui si percepisce ciò che si discosta dalla norma.

I COLORI DI CATAN

Ho deciso di fare questo post dopo avere letto quello di sofia_righetti sul linguaggio e la disabilità, perché un discorso molto simile vale per l'autismo.
“Persona con autismo” è un’espressione che appartiene al "person-first language", che mette al primo posto la persona e pone l’autismo come caratteristica secondaria.
“Persona autistica” invece fa riferimento all’ "identity-first language", considerando l’autismo parte inerente dell’identità individuale, del proprio modo di funzionare. 

Il "person-first language" sembra suggerire che una persona possa essere separata dall’autismo, che questo sia qualcosa che le è capitato, che non fa parte di lei. La persona ha valore in quanto persona 'nonostante' l’autismo. Ma l’autismo non è una malattia, non si può eliminare, fa parte della persona e la definisce.

Per questo io preferisco l’ "identity-first language", che riconosce il valore della persona 'in quanto' autistica.
Inoltre l’espressione “persona con autismo” mi fa pensare a una persona che si porta dietro l’autismo, come se fosse un accessorio. 

Ovviamente entrambe le scelte sono valide, l’una non esclude l’altra, e come sempre la cosa migliore è chiedere alle persone come preferiscano essere chiamate. Ricordiamoci che l’autodeterminazione viene sempre prima di tutto.

Ah e poi un’ultima cosa, le persone autistiche, proprio come le persone neurotipiche, non sono una grande massa informe e omogenea, ognuna ha le proprie caratteristiche, ognuna è una persona a sé stante. Ve lo ripeteremo fino alla nausea: quando hai incontrato una persona autistica, hai incontrato UNA persona autistica.

Allegati

ICDC 1.pdf

ICDC 2.pdf

ICDC 3.pdf